martedì 30 giugno 2009

Ferrante: «Folle rinviare il divieto di produrre sacchetti di plastica»

La legge per vietare le buste di plastica forse non si fa ancora. «C´è una norma a favore dell´ambiente e che favorisce la competitività dell´industria più innovativa? Berlusconi la cancella o, nel migliore dei casi, ne rinvia l´entrata in vigore» commenta così Francesco Ferrante dell´esecutivo nazionale degli Ecodem, la notizia che il governo inserirà nell´ennesimo decreto milleproroghe (vedi articolo di ieri di grrenreport) il rinvio di un anno dell´entrata in vigore del divieto di produzione e commercializzazione dei sacchetti di plastica.«Quel divieto che dovrebbe entrare in vigore il primo gennaio 2010 - prosegue Francesco Ferrante, autore dell´emendamento che portò in senato all´approvazione della norma contenuta nella Finanziaria 2007 - fu imposto con tre anni di anticipo proprio per dare il tempo all´industria chimica di riconvertirsi e adeguarsi agli standard più innovativi che la ricerca e proprio l´industria italiana hanno prodotto realizzando sacchetti in plastica biodegradabile provenienti dal mais».Ma in questi (quasi) tre anni non si è dato seguito a quanto previsto nella norma per accompagnare il percorso dell’abbandono degli shopper non biodegradabili. «Per fortuna il mercato – sottolinea Ferrante – e le richieste dei consumatori stanno andando spontaneamente in quella direzione: le industrie innovative godono di sempre maggior successo e aumentano le produzioni di sacchetti ´ecologici´.Tra industria e agricoltura crescono anche accordi innovativi di filiera per realizzare sul territorio vere e proprie ´bioraffinerie´, e anche le grandi catene di supermercati si stanno attrezzando per offrire volontariamente ai consumatori alternative alla plastica inquinante».E’ il caso ad esempio della Coop che sta inserendo seppur gradatamente nei suoi punti vendita shoppers in mater-bi o, in alternativa, di materiale resistente e riutilizzabili per fare la spesa.Ancora una goccia nel mare ma comunque un segnale positivo dal momento che, come scrive Ferrante nella sua nota, «nel corso del 2008 in Italia si sono prodotti 300 mila tonnellate di buste in plastica: l´equivalente di 430mila tonnellate di petrolio e si stima che la Co2 emessa in atmosfera derivante da tale produzione sia di circa 200mila tonnellate annue».Quindi l’appello al «ministro delle Attività produttive Scajola per avviare la sperimentazione prevista dalla legge» e naturalmente il ritiro della proroga.


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Sviluppare la green economy per assicurare una ripresa mondiale sostenibile

Una ventina di agenzie Onu hanno presentato ala Conferenza World Financial and Economic Crisis and its Impact on Development che si conclude oggi a New York una dichiarazione dove si evidenzia che «l´attuale crisi economica e finanziaria esige una risposta collettiva della comunità mondiale» e indicano la green economy come l’unica reale via d’uscita. Le agenzie Onu, capeggiate da Achim Steiner, direttore esecutivo del Programma Onu per l’ambiente (Unep) si sono pronunciate a favore di una transizione verso "meno carbonio” ed a sostegno di un’economia verde capace di fornire molteplici opportunità economiche, sociali ed ambientali nel XXI secolo.Nel corso degli ultimi 6 mesi, molti orgasmi del sistema dell’Onu, come Fao, Unep e soprattutto le istituzioni di Bretton Woods della Banca Mondiale e i segretariati degli accordi multilaterali sull’ambiente sono stati coinvolti nella progettazione e nella messa in opera di un’iniziativa sulla green economy. «Investire i fondi di rilancio economico in settori quali le tecnologie energetiche efficienti, le energie rinnovabili, i trasporti pubblici, l´agricoltura sostenibile, il turismo rispettoso dell’ambiente e la gestione sostenibile delle risorse naturali, soprattutto gli ecosistemi e la biodiversità, riflette la convinzione che l’economia verde può creare delle nuove industrie dinamiche, dei posti di lavori di qualità, generare crescita e guadagni, attenuando allo stesso tempo gli effetti dei cambiamenti climatici ed arrestando il declino della biodiversità - si legge nella dichiarazione – Questa scelta è in grado di contribuire al raddrizzamento dell’economia, alla creazione di posti di lavoro decenti ed alla riduzione delle penurie alimentare, energetica, idrica, ma anche di far fronte alle crisi relative agli ecosistemi ed al clima, che hanno degli effetti sulle popolazioni povere». Per le agenzie Onu i grandi Paesi dovrebbero fare in modo che i Paesi in via di sviluppo dispongano di risorse finanziarie per avviare i propri programmi di rilancio ed avere un accesso accresciuto ai mercati internazionali per una ripresa rapida degli scambi commerciali. Secondo le 21 organizzazioni «La solidarietà della comunità internazionale è in fase di sperimentazione. La ripresa economica può essere il punto di svolta per un’ambiziosa ed efficace risposta internazionale alle molteplici crisi che ha di fronte l´umanità». Il test finale per le agenzie dovrebbe esserci a dicembre al summit mondiale sui cambiamenti climatici: «Copenhagen è il punto di svolta per innescare una global green economy». Chiedono anche ai Paesi donatori di concretizzare gli impegni in materia di aiuto finanziario, in particolare quelli presi durante i summit del G8 e del G20. Inoltre chiedono l´eliminazione progressive delle sovvenzioni "perverse" per i combustibili fossili e la pesca e l’agricoltura industriale. «Le entrate salvate con l’eliminazione graduale di tali sovvenzioni potrebbero essere riassegnate per lo sviluppo di competenze professionali verdi, per la fornitura di tecnologie pulite, per energie alternative a prezzi accessibili per i poveri, e per il sostegno ad altri settori verde con ampi benefici economici».Le agenzie chiedono di battersi contro il protezionismo, rilanciando il commercio per promuovere lo sviluppo e il trasferimento di tecnologie rispettose dell´ambiente per far fornire energia pulita a prezzi accessibili agli Stati più poveri e sostenere le attività di mitigazione ed adattamento al cambiamento: «La rapida conclusione dei Doha Round trade negotiations può facilitare un “recupero verde”, in particolare i negoziati sui beni e servizi ambientali, le sovvenzioni alla pesca ed all´agricoltura e la riforma delle norme che possono contribuire a promuovere la sicurezza alimentare per tutti».La dichiarazione congiunta sottolinea la necessità della formazione professionale, di maggiore occupazione e di una sanità efficiente se davvero si vuol parlare di sviluppo sostenibile. «La realizzazione del passaggio ad una low-carbon, resource-efficient Green Economy non può avvenire senza la creatività, la visione, le azioni e il sostegno di un ampio spaccato della società – ha detto Steiner - Questa rapida armonizzazione delle prospettive di tante agenzie riflette la loro determinazione ad essere agenti di cambiamento verso un XXI secolo sostenibile».

Nuova legge salva clima di Obama: bene ma non benissimo


In questi giorni è stata approvata dalla Camera del congresso degli Stati Uniti , seppur di misura, la proposta di legge HR 2554, l’American Clean Energy and security act, per ridurre le emissioni di Co2 e i consumi di energia. «Penso che sia uno straordinario primo passo» ha dichiarato il presidente Obama in una intervista rilasciata ieri al New York Times. La legge, ampia oltre 1200 pagine, impone un taglio alle emissioni di Co2 del 17% rispetto ai valori del 2005, entro il 2020 e quasi dell’80% entro il 2050. Il 5% dei finanziamenti necessari per raggiungere questo obiettivo deriverà grazie ad accordi con i paesi in via di sviluppo per scoraggiare la deforestazione nei Paesi tropicali, che causa circa il 20% delle emissioni globali di gas serra e verrà promosso lo scambio di tecnologie tra gli Usa e i Paesi in via di sviluppo per aiutare a ridurre le emissioni in tutto il mondo oltre ad aiuti per le popolazioni e le comunità più vulnerabili del pianeta per rispondere agli impatti attuali e futuri del cambiamento climatico. Il sistema previsto per raggiungere questo traguardo è un insieme di strumenti che vanno dai limiti sulle emissioni per fabbriche, raffinerie e centrali elettriche, ad un sistema di cap and trade, ovvero di compravendita di permessi di inquinamento tra le stesse aziende.Inoltre i fornitori di energia (le aziende che acquistano energia da chi la produce e la distribuiscono alle utenze finali) dovranno garantire che entro il 2020 il 15 % dell’energia fornita derivi da fonti rinnovabili. La legge prevede anche un obiettivo di riduzione dei consumi elettrici del 5%, anche grazie a interventi per aumentare l’efficienza energetica delle abitazioni. «Bisogna guardare a tutte le parti che costituiscono questa legge - ha detto sempre il presidente Usa - non solo al capitolo del sistema cap and trade (per ridurre le emissioni ndr), ma ai significativi passi verso l’efficienza energetica, agli standard di energia rinnovabile, agli incentivi per ricerca e sviluppo in nuove tecnologie, incentivi per le auto elettriche, per l’energia nucleare e per le tecnologie per il carbone pulito».Quindi un mix di strategie per impostare una politica energetica degli Usa che risponda agli obiettivi che lo stesso Obma aveva dichiarato già nella sua campagna elettorale: ridurre la dipendenza energetica degli Usa dai combustibili fossili, avviare politiche di risparmio ed efficienza energetica, ridurre le emissioni di anidride carbonica. Ma più che nel passaggio che richiama anche all’energia nucleare e al carbone pulito, le critiche che vengono dal mondo ambientalista, stanno nel fatto che si poteva fare di più anche se si riconosce che gli obiettivi che la legge americana si dà sono un netto passo avanti rispetto al passato. «L´approvazione della proposta di legge Usa sul clima potrebbe essere un importante segnale per i negoziati internazionali sul clima, e porre fine all´attuale situazione di stallo» ha dichiarato in una nota il Wwf. «Ci sarebbe piaciuto vedere impegni più forti - ha detto Kim Karstensen, Direttore della Global Climate Initiative del Wwf - ma è comunque un importante punto di partenza perché gli Usa si impegnino pienamente nella legislazione internazionale sul clima».Il progetto di legge, noto anche come il Waxman-Markey bill, dovrà passare ora al Senato e se alla camera ben 30 democratici hanno votato contro e l’approvazione è avvenuta con 217 voti favorevoli rispetto a 205 contrari, il secondo passaggio si prevede ancora più difficile, dove la forza dei repubblicani, che accusano la legge di rappresentare una tassa insostenibile sulle imprese e sui consumatori, è ancora più radicata. «Questo progetto non esaurisce tutto quello che ci serve, ma è un punto di partenza fondamentale, in un momento cruciale - ha dichiarato il presidente del Wwf USA Carter Roberts - Oggi possiamo osservare gli impatti del cambiamento climatico anche a casa nostra: stanno colpendo più velocemente e in modo più pesante di quanto perfino la comunità scientifica avesse previsto».Critiche che il presidente Obama conosce bene: «Ci sono critiche da destra e da sinistra - ha detto nell’intervista al NYT - chi dice che non è sufficiente e chi dice che è eccessivo» . Ma è comunque convinto che «alla fine del giorno questa legge rappresenti un importante primo passo». Il Wwf riconosce che l´American Clean Energy and Security Act intende porre un limite nazionale, progressivamente sempre più basso, all´inquinamento da gas serra, e che allo stesso tempo istituisce una cornice finanziaria per ridurre le emissioni in un modo economicamente efficiente. Richard H. Moss, vice presidente del programma Clima del Wwf Usa ha poi enfatizzato l´importanza cruciale di approvare un serio accordo per il clima quest´anno, per dimostrare la leadership Usa nei negoziati internazionali che si svolgeranno a dicembre a Copenhagen. «Il cambiamento climatico è un problema globale che richiede una soluzione globale - ha dichiarato Moss - Le famiglie americane non saranno protette dagli impatti del cambiamento climatico se non si ridurranno le emissioni in tutto il mondo. Se vogliamo che altri Paesi si mettano maggiormente in gioco a Copenhagen, dobbiamo dimostrare che gli Stati Uniti sono finalmente pronti ad agire. Avviare una forte legge sul clima è l´azione più concreta che l´America possa fare per negoziare impegni più forti anche dagli altri Paesi».

giovedì 28 maggio 2009

Ma l'Italia non pensa al clima


Ormai tutto il mondo, America compresa, ha preso coscienza del problema dei cambiamenti climatici, che raggiunge dimensioni nuove per gravità e globalità. E molti paesi hanno improntato a politiche di sostenibilità ambientale anche i pacchetti di stimolo economico in funzione antirecessiva. Fa eccezione il nostro paese, che con una mozione approvata dal Senato, chiede di rivedere anche il cosiddetto pacchetto europeo 20-20. Nessuna proposta italiana di azione neanche per il G8 ambiente in programma nei prossimi giorni a Siracusa. Il biennio 2008-2009 è cruciale per la causa del clima.A fine 2008 è stato approvato il cosiddetto pacchetto europeo 20-20. Si tratta di un intervento politico che per articolazione, complessità, campo d’applicazione e protagonisti coinvolti non ha paragoni a livello mondiale: riconosce la stretta relazione tra energia e ambiente e articola l’intervento nel quadro di una strategia integrata tra i due ambiti; ricomprende, seleziona e declina in maniera specifica sia gli obiettivi che gli strumenti dell’intervento; avendone scelto i criteri, distribuisce gli oneri dell’intervento tra i partecipanti secondo obiettivi di equità spaziale e senza riguardo alla ripartizione dei benefici; i benefici riguardano soprattutto le generazioni future, realizzando così obiettivi eticamente più elevati di equità intertemporale; poggia sulla cooperazione, o meglio sull’azione coordinata, dei partecipanti all’intervento. Il pacchetto è stato adottato definitivamente dal Consiglio europeo pochi giorni fa, il 6 aprile 2009. (1)
IL CLIMA NELLA CRISI
A noi europei piace pensare che proprio la nostra azione degli ultimi quindici anni sul fronte della lotta ai cambiamenti climatici, unita alla crescente consapevolezza della serietà del problema favorita dal lavoro dell’Ipcc, siano stati i due fattori che hanno fatto maturare i tempi della politica americana, culminata con l’elezione alla presidenza di Barack Obama sulla base di un programma che ha messo al centro la questione energetica e climatica.Sul finire del 2008 è però sopraggiunta la profonda crisi economica, eppure anche in questo caso la peculiarità del biennio all’insegna della lotta ai cambiamenti climatici ha influenzato l’azione di molti governi. Il rapporto “A Global Green New Deal”, redatto nell'ambito del programma ambiente dell’Onu (Unep), invita i governi a investire un terzo dei 2.500 miliardi di dollari, pari a circa l’1 per cento del Pil mondiale, previsti dai pacchetti di stimolo economico in misure volte a rendere “verde” l’economia, così da prendere i due piccioni della compatibilità con l’ambiente e della ripresa economica con una sola fava. Anche l’economista Nicholas Stern ha invitato i governi a spendere 400 miliardi di dollari nei prossimi diciotto mesi in una azione di contrasto della recessione economica che punti sull'efficienza energetica. (2)Molti governi hanno improntato, almeno in parte, i loro pacchetti di stimolo fiscale all’ecosostenibilità. Un po' a sorpresa, a guidare la classifica dei paesi “virtuosi” contenuta in uno studio di Hsbc, è la Corea del Sud, con l'81 per cento del valore dell’intero pacchetto, seguita dall’Unione europea con il 59 per cento e, significativamente, dalla Cina con il 38 per cento (Figura 1). Èappena il caso di osservare che tra i paesi più sviluppati, quelli del G7, gli ultimi della classe sono il Giappone con il 2,6 per cento e il nostro paese che destina solo l’1,3 per cento del proprio pacchetto di misure. (3) Lo scorso 16 aprile Europarlamento e presidenza dell'Unione Europea hanno deciso che i fondi del Piano per la ripresa economica non utilizzati alla fine del 2010 potranno essere impiegati per finanziarie progetti relativi a infrastrutture per gas ed elettricità, energia eolica off-shore e cattura e sequestro del carbonio (Ccs).L'appuntamento cruciale del 2009 è la Cop15 di Copenhagen, a fine anno, che potrebbe vedere la nascita del nuovo regime internazionale in tema di lotta ai cambiamenti climatici. La nuova politica statunitense ha significativamente cambiato la situazione, aumentando la probabilità di un nuovo accordo, e proprio di questi giorni è la notizia, in un certo senso storica, dell’inclusione ufficiale da parte della Environmental Protection Agency della CO2 nella lista degli agenti inquinanti sancita dal Clean Air Act inquanto dannosi per la salute delle persone.
IL CLIMA IN ITALIA
È una notizia che arriva quasi in coincidenza con una sconcertante presa di posizione del Senato della Repubblica italiana. Quando ormai tutto il mondo prende coscienza dell’esistenza di un problema dalle dimensioni nuove per gravità e globalità, con una mozione approvata il 18 marzo, istruttiva da leggere nella sua interezza, la maggioranza il Parlamento della Repubblica italiana sostiene che non può essere data per scontata la responsabilità dell’uomo sul riscaldamento globale, che le forme di incentivazione delle energie rinnovabili decise da paesi come Cina e Stati Uniti, Francia e Giappone, sono “eccessive e affrettate”, che una parte consistente e crescente di studiosi non crede che la relazione tra un “peraltro modesto riscaldamento dell’atmosfera” sia da attribuire “prioritariamente ed esclusivamente” alla CO2, che non sia “affatto chiarita” la dipendenza della temperatura dalla concentrazione di anidride carbonica, che – anche quando vi fossero – i “conseguenti danni all’ambiente, all’economia e all’incolumità degli abitanti del pianeta sarebbero molto inferiori a quelli previsti nel Rapporto Stern e addirittura al contrario maggiori potrebbero essere i benefici”, per concludere come sia inutile avviare “un costosissimo e probabilmente velleitario sforzo di mitigazione” del riscaldamento globale in atto. (4)È la risposta italiana ai risultati del congresso scientifico internazionale intitolato “Cambiamenti climatici: rischi, sfide e decisioni a livello mondiale”del 10 al 12 marzo, sempre a Copenaghen. Il convegno ha fornito una sintesi delle più recenti conoscenze scientifiche, tecnologiche e politiche necessarie per una efficace azione di contrasto dei cambiamenti climatici. Sono state presentate nuove evidenze di un'accelerazione del riscaldamento globale superiore a quanto indicato dalle proiezioni dell’Ipcc del 2007. E il valore massimo dell’innalzamento del livello del mare nel 2100 potrebbe essere compreso in un intervallo di circa un metro, o anche di più. Anche nella parte più bassa dello spettro, sembra sempre più improbabile che l’innalzamento del livello del mare sia nel 2100 molto inferiore a 50 centimetri . Questo significa che se le emissioni di gas serra non saranno ridotte velocemente in modo sostanziale, anche nel caso dello scenario migliore, le aree basse costiere, dove abita circa il 10 per cento della popolazione mondiale , saranno colpite duramente. (5)È dunque la presenza di questa consistente rappresentanza di negazionisti e clima-scettici che ispira la politica italiana del clima, quella che invoca nel testo della mozione del Senato un’inesistente clausola di revisione del pacchetto europeo, chiedendo che il nostro governo faccia dietro-front sugli impegni da poco divenuti definitivi. Non male, davvero. A parte che una tale clausola, almeno nel senso dell’annullamento dell’accordo non esiste (6) e che – curioso lapsus – nella mozione del Senato diventa revisione del Protocollo di Kyoto, forse sono queste pulsioni che spiegano la politica ingessata del nostro governo, e in particolare del ministero dell’Ambiente, in fatto di clima. Proprio nell’anno in cui l’Italia è presidente di turno del G8, è ancora una volta Obama a prendere l’iniziativa scrivendo al nostro presidente del Consiglio per proporgli un Forum su energia e clima tra le maggiori economie del pianeta da tenersi in occasione del summit della Maddalena dall’8 al 10 luglio. Incassato l’avallo – non si sa quanto entusiastico – di Roma, il presidente Usa ha invitato i leader di Australia, Brasile, Canada, Cina, Unione europea,Francia, Germania, Gran Bretagna, India, Indonesia, Italia, Giappone, Corea, Messico, Russia e Sud Africa, nonché il segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, e la Danimarca, in qualità di presidente della Conferenza Onu sui cambiamenti climatici. L’accordo che dovrebbe essere firmato alla Maddalena sarà preparato in una serie di incontri, il primo dei quali si terrà a Washington il 27 e 28 aprile presso il Dipartimento di Stato.La risposta italiana è al momento affidata al G8 ambiente in programma dal 22 al 24 aprile a Siracusa. (7) L’iniziativa non si distingue per abbondanza di informazioni: consultando il sito è dato solo sapere che sono previste sessioni di lavoro su: 1) Tecnologie a basso contenuto di carbonio, 2) Biodiversità, 3) Le azioni per affrontare i cambiamenti climatici, e 4) Salute dei bambini e ambiente. Senza voler sminuire l’importanza degli altri temi, nei documenti preparatori che abbiamo visto sui due temi di più stretta attualità, tecnologie low carbon e Climate change non compare alcuna traccia di una qualche iniziativa o proposta d’azione del nostro paese. Insomma, anche se il giudizio va rimandato a un momento successivo, non vorremmo ricordare il G8 ambiente a presidenza italiana soprattutto per la bellezza dei suoi eventi collaterali.
(1) http://www.euractiv.com/en/climate-change/eu-wraps-climate-energy-policy/article-181068.(2) An Outline of the Case for a ‘Green’ Stimulus”: http://www.lse.ac.uk/collections/granthamInstitute/publications/An%20outline%20of%20the%20case%20for%20a%20'green'%20stimulus.pdf(3) http://www.globaldashboard.org/wp-content/uploads/2009/HSBC_Green_New_Deal.pdf,http://www.euractiv.com/en/climate-change/eu-lagging-competitors-green-stimulus/article-181093(4) http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Sindisp&leg=16&id=404347.Vale solo la pena di notare che i 52 autori che hanno redatto il Summary for Policy Makers del Quarto rapporto dell’Ipcc di cui parla la mozione del Senato in realtà si sono avvalsi del lavoro, nei sei anni precedenti, di più di 2500 scientific expert reviewers, più di 800 contributing authors, and più di 450 lead authors provenienti da più di 130 paesi (http://en.wikipedia.org/wiki/Intergovernmental_Panel_on_Climate_Change)(5) http://climatecongress.ku.dk/newsroom/rising_sealevels/ e “A sinking feeling”, The Economist, 11 marzo 2009.(6) Tutti i chiarimenti su quest’aspetto all’indirizzo http://www.climalteranti.it/?p=141.(7) http://www.g8ambiente.it/.
Da
Lavoce.info

Il tempo delle scelte


La strada del governo per affrontare la crisi è basata sull'attendismo. Una strategia rischiosa che può costare cara al nostro paese. Anche perché non è detto che il peggio sia passato. Vi sono segnali positivi nell'economia mondiale, ma sull'Europa incombe la crisi dei paesi dell'Est. In più il terremoto rischia di peggiorare ulteriormente i nostri conti pubblici. E' tempo di definire con chiarezza le priorità di politica economica. Poniamo quattro domande in merito al Ministro Tremonti. Augurandoci che risponda al più presto. E’ passato quasi un anno dall’insediamento del nuovo Governo. In materia di politica economica, l’impressione è che abbia spesso scelto di non scegliere. Ha affrontato la crisi prendendo tempo e, al massimo, varando alcuni interventi tampone per fronteggiare le richieste più pressanti che venivano dal mondo delle imprese. Ha scommesso tutto su di una crisi di breve durata sapendo che i tempi della crisi globale sarebbero stati dettati da eventi al di fuori del suo controllo.
E’ PRESTO PER FESTEGGIARE
E’ stata una scommessa molto azzardata perché il precipitare della crisi ci avrebbe colti impreparati, ma ci auguriamo tutti che la crisi sia davvero breve. Sin qui il crollo è stato più rapido che nel 1929 (si veda il grafico qui sopra). Speriamo ora di avere lasciato alle spalle il punto più basso e che la risalita sia altrettanto ripida che la discesa. Ci sono indubbiamente alcuni segnali positivi soprattutto dal settore immobiliare statunitense e dalla Cina. E l’euforia delle borse di tutto il mondo nell’ultimo mese segnala un cambiamento dei sentimenti, degli animal spirits. L’augurio è che l’ottimismo sia altrettanto contagioso di quel pessimismo che ci aveva portato sull’orlo del precipizio. Il rischio di una nuova degenerazione della crisi è tuttavia ancora presente perché l’eccessivo indebitamento delle banche è stato solo parzialmente ridotto sin qui. I fattori di instabilità del sistema finanziario internazionale non sono stati ancora affrontati alla radice. E sull’Europa incombe la crisi dei paesi dell’ex blocco sovietico.
COME SI USCIRÀ DALLA CRISI
Questa crisi appare comunque destinata a modificare la geografia economica mondiale, i rapporti competitivi fra gli Stati. E’ una crisi maturata oltreoceano, che lascerà lunghi strascichi in quella che sin qui è stata l’indiscussa prima potenza economica mondiale. Dovrà portare a termine un costoso processo di deleveraging, di riduzione del debito del settore privato. E’ un processo che riguarda in modo meno pronunciato l’Europa che può trovare la forza di investire nei settori di punta e riuscire ad attrarre quei talenti che sin qui andavano negli Stati Uniti. Oggi l’Europa può davvero ambire a diventare l’economia più competitiva del pianeta come promesso a Lisbona 10 anni fa.Il nostro paese non può perciò continuare a stare a guardare. Certo, l’Italia, per colpa del suo debito pubblico, ha minori margini di manovra di altri Paesi. Proprio per questo ha più bisogno di definire in modo chiaro le sue priorità. Abbiamo l’opportunità oggi di uscire non solo dalla recessione, ma anche dalla stagnazione economica in cui siamo rimasti negli ultimi 15 anni. E i periodi di crisi sono quelli in cui si può trovare il consenso per fare quelle riforme che in tempi normali non si riescono a fare.
IL TERREMOTO COME CARTINA AL TORNASOLE
Il 24 aprile si terrà il Consiglio dei Ministri nelle aree terremotate. Le scelte (o le non scelte) che verranno compiute in quell’occasione saranno un’importante cartina di tornasole delle intenzioni di questa maggioranza. Vedremo se prevarrà, una volta di più, la strategia attendista..L’attendismo non ha sin qui evitato un consistente peggioramento dei nostri conti pubblici. Si sono aperti tanti rubinetti in questi mesi che sarà difficile monitorare. Non ci sono stati risparmi nel pubblico impiego. Al contrario, ai dipendenti pubblici con contratti a tempo indeterminato, quelli che non rischiano il posto di lavoro a differenza dei precari e dei loro omologhi nel settore privato, sono stati una volta di più concessi incrementi salariali superiori a quelli del privato. Il fabbisogno è aumentato di 9 miliardi nei primi tre mesi del 2009. E ci sono vistosi segnali di un calo delle entrate fiscali, ben oltre quanto determinato dall’andamento dell’economia. In particolare, le entrate tributarie nei primi due mesi del 2009 sono calate del 7,2 per cento rispetto a un anno fa e non più di metà di questo calo può essere attribuito all’andamento dell’economia. Mentre è certo che l’esecutivo ha dato ripetuti segnali di un abbassamento della guardia sul fronte del contrasto dell’evasione.Ora il Governo ha due strade di fronte a sé nell’affrontare il dopo-terremoto e i costi della ricostruzione. La prima strada è quella di ripetere quanto fatto dai governi precedenti in questi casi: introdurre una addizionale, una nuova tassa, magari chiamata “contributo di solidarietà”, i cui proventi potranno essere destinati alla ricostruzione. In una fase di depressione come quella che stiamo fronteggiando ci sembra una scelta sbagliata. La seconda strada è quella di usare l’emergenza creata dal sisma per definire le priorità di politica economica.
LE DOMANDE DA PORRE AL MINISTRO DELL’ECONOMIA
Le interviste al Ministro dell’Economia trattano spesso di filosofia. Evitano accuratamente di porre le domande che stanno più a cuore agli italiani. Ecco allora le domande cui ci auguriamo il ministro voglia al più presto rispondere.Su quale stima dei costi della ricostruzione delle aree terremotate sta il governo ragionando? Non è possibile non avere ancora un numero a due settimane dal sisma. Ed è legittimo attendersi che il Governo abbia deciso come finanziare queste spese.Ha in mente il Ministro, alla luce anche del terremoto di rivedere le priorità della spesa in conto capitale? In particolare, conviene sul fatto che sarebbe più opportuno rimandare il ponte sullo stretto e varare un piano straordinario di manutenzione e miglioramento dell’edilizia scolastica?Cosa intende fare il ministro per contrastare l’evasione fiscale? Intende davvero coinvolgere i Comuni negli accertamenti? Con quali tempi? E intende ripristinare gli uffici periferici dell’Agenzia delle Entrate?Una domanda di filosofia ci riserviamo di porla anche noi.Quali confini intende il ministro stabilire per il mercato? Perché, ad esempio, la legge 33/09 appena approvata in Parlamento, su “misure urgenti a sostegno dei settori industriali in crisi”, prevede che non vi sia più l’obbligo di lanciare un’OPA nel caso in cui il gruppo di controllo che già possiede il 30% del capitale sociale acquisisca un ulteriore 5%? Perché rafforzare così il suo controllo sulla società in un momento di scarsità di capitali di investimento? A chi giova questa norma se non a chi oggi ha il controllo di queste imprese? E in cambio di cosa si concede questo aiuto?
Da
Lavoce.info

La protezione della natura in Italia

Avete mai provato a immaginare cosa sarebbero diventate alcune delle aree più belle d’Italia se non ci fossero stati parchi e oasi di protezione della natura? L’oasi di Burano, a Capalbio, sarebbe stata una riserva di caccia dove si sarebbero uccise decine di migliaia di uccelli migratori all’anno; Siculiana, in provincia di Agrigento, sarebbe diventata un immenso villaggio turistico, mentre Lagosecco (Rieti) avrebbe visto eliminata la faggeta per far posto a un’ennesima strada. Caccia e pesca sarebbero diventate le uniche attività possibili nella Valle Averto (Venezia) e non ci sarebbe stato nessuno futuro per il cervo sardo a Monte Arcosu, mentre la lontra si sarebbe estinta se non ci fossero state le oasi di Bussento, Policoro, San Giuliano e Conza. In 40 anni di meritoria attività, su base esclusivamente volontaria, il Wwf Italia ha acquistato, protetto e tutelato natura in oltre 130 zone di particolare pregio sul territorio nazionale, per oltre 30.000 ettari che contribuiscono alla conservazione di oltre il 10% della penisola. Fino al 2 maggio è possibile contribuire a questo immane lavoro di tutela attraverso un contributo che costa solo 2 euro (sms al 48544), ma che diventa di capitale importanza in tempi di crisi come questa (inoltre le oasi ospiteranno un centinaio di sfollati del terremoto abruzzese). Oltretutto le oasi e le aree protette contribuiscono a proteggere i cittadini dai rischi naturali come frane e alluvioni e tengono lontane le abitazioni dalle aree di rischio vulcanico (vedi Vesuvio) che trovano nelle oasi la loro unica destinazione d’uso possibile.Ma tutto questo non basta affatto: l’Italia consuma territorio al ritmo vorticoso di 250.000 ettari all’anno, un numero che non ha paragoni in nessuna altra nazione europea. Siamo, in assoluto, i primi produttori di cemento della Ue e contempliamo strumenti legislativi, come il condono edilizio, che non è possibile neppure tradurre in una lingua straniera perché non esitono nei dizionari. Inoltre incendi, caccia legale e bracconaggio e azioni legislative improprie, come la pretesa apertura alle visite subacquee delle riserve marine integrali (uno svilimento da evitare a tutti i costi), minacciano quello che si è riusciti a proteggere, e impediscono di consolidare altri territori alla conservazione. Il Presidente della Repubblica ha sensibilmente aperto l’oasi di Castelporziano alle visite libere in occasione della giornata delle oasi e ha mostrato grande sensibilità verso il pericolo di svilimento delle aree marine protette: quasi nessun altro uomo delle istituzioni ha però ritenuto proprio dovere lanciare un appello per una maggiore consapevolezza naturalistica. Sono proprio questo scarso interesse istituzionale, l’ignoranza diffusa dei temi scientifici e ambientali, la malafede o l’interesse speculativo a rendere difficile una battaglia che, in mezzo alla crisi del lavoro e del risparmio, rischia di essere dimenticata.

Le mappe nucleari per l'Italia

Se dovesse tornare il nucleare in Italia, sarebbero pochissimi i territori che potrebbero ospitarlo. Grazie all'analisi di tre importanti mappe, ormai dimenticate, sveliamo perché lo stivale è assolutamente inadatto alle centrali nucleari. Ieri è stato l’approvato il DDL 1195 che dà sei mesi al governo per definire i criteri per la localizzazione dei siti nucleari. Oggi diffondiamo tre ‘carte nucleari’ per capire dove potrebbero finire le nuove centrali nucleari:
- la carta del CNEN, che era la risultante di varie carte tematiche elaborate negli anni settanta- la mappa ENEA sulla vulnerabilità delle aree costiere ai cambiamenti climatici- l’elaborazione GIS per la localizzazione del deposito nazionale per le scorie nucleari
Per stabilire i siti delle nuove centrali e delle scorie bisogna partire da queste carte e vedere secondo quali criteri verranno aggiornate. Un criterio è quello sismico, un altro criterio è quello della vulnerabilità delle coste per i cambiamenti climatici.
Il nostro rapporto "Mappe nucleari per l'Italia" fornisce una lista di aree a maggiore vulnerabilità climatica. Se questo criterio verrà adottato, dalla vecchia carta CNEN devono essere tolte diverse aree costiere e se ci fosse anche l'indicazione di restringere l'attenzione nelle aree a minore pericolosità sismica, rimangono pochissimi siti su cui puntare l'attenzione: nelle province di Vercelli e Pavia, isola di Pianosa in Toscana, province di Ogliastra, Nuoro e Cagliari. Mentre Montalto di Castro - anche se la pericolosità sismica non è quella minima - rimane un forte indiziato sia per la vicinanza al mare in una zona costiera a minor rischio climatico che per le condizioni della rete. Sul sito c'è stata recentemente una visita di tecnici dell'azienda francese EDF. Ci aspettiamo che la regione Lazio nel suo piano energetico escluda chiaramente questa possibilità. Riguardo alla mappa per le scorie nucleari è stata elaborata nel 1999-2000 dal gruppo di lavoro ad hoc costituito all'epoca dalla Conferenza Stato Regioni (e supportato tecnicamente da ENEA). In questo caso il rischio sismico è ritenuto meno rilevante (alcune aree sono persino in Abruzzo): le aree sono presenti in numerose regioni ma si concentrano particolarmente tra l'Alto Lazio e buona parte della Toscana, le Murge pugliesi e la Basilicata. Continueremo a opporci a questa sciagurata scelta del governo e a chiedere ai candidati alle prossime elezioni europee cosa pensano del ritorno al nucleare in Italia.
Da
Greenpeace

Ecco come sta cambiando la politica energetica americana


In questa settimana a Washington ho avuto la fortuna di incrociare un passaggio molto delicato della nuova politica di Obama in materia di energia e cambiamenti climatici. E´ stata infatti votata ieri in Commissione energia della Camera una proposta di Legge (qui viene chiamata Waxman-Markey) che in pratica riscrive in 900 e passa pagine l´intero scenario normativo introducendo limiti all´emissione di gas serra, politiche e obiettivi per rinnovabili, efficienza energetica, infrastrutture energetiche. In pratica tutti gli incontri che ho avuto in questi giorni con rappresentanti del Governo, organizzazioni e associazioni in un modo o nell´altro hanno avuto questo testo come punto di riferimento. L´approvazione di ieri è un risultato assai importante, certamente non risolutivo degli enormi problemi che il testo avrà nel passaggio alla Camera e poi al Senato dove molti democratici stanno già negoziando cambiamenti sostanziali (gli eletti negli Stati industriali, del carbone e del petrolio) e con i repubblicani che stanno facendo una durissima opposizione. Tutta la discussione politica ha avuto al centro la riduzione di gas serra prevista al 2020 e al 2050 (rispettivamente -17% e -83% rispetto al 2005), sul sistema di contabilizzazione e controllo delle emissioni, il cosiddetto "cap and trade" e sulla quantità e gratuità delle quote da distribuire ai diversi settori. Nella realtà questi obiettivi che pure sono importanti (e decisamente meno ambiziosi di quelli europei che hanno come base il 1990) sono solo una parte minima di un provvedimento che entra nel merito di ogni aspetto sostanziale delle politiche energetiche. In questi giorni ho avuto incontri di ogni tipo, ma l´aspetto che più mi ha più impressionato è la partita che si è giocata dietro le quinte. In pratica ogni aspetto del testo è stato discusso con associazioni e gruppi industriali (amici), attraverso un attività di lobbying attenta a muovere tutti i giusti fili. Quello che succederà nei prossimi mesi è difficile da prevedere con certezza ma obiettivo dell´amministrazione è arrivare a dicembre a Copenhagen con l´approvazione del testo almeno alla Camera per potersi sedere al tavolo negoziale con le carte in regola per chiudere un accordo internazionale sulla riduzione dei gas serra. Questo obiettivo mi è stato confermato in tutti gli incontri che ho avuto, dal Dipartimento di Stato a quello dell´energia, all´Epa (i corrispettivi dei nostri Ministeri di esteri, sviluppo economico, ambiente) con tutti che parlavano lo stesso linguaggio. Questa strategia è stata attentamente studiata perché negli Stati Uniti il Presidente può firmare trattati internazionali ma per entrare in vigore devono in ogni caso essere ratificati con una maggioranza qualificata di senatori (l´esempio è Kyoto, firmato ma non ratificato). E quindi il percorso punta ad avere successivamente un mandato dal Senato per ratificare il tutto potendo contare presumibilmente per quella data su 60 voti su 100. Questo per darvi un’idea della partita politica che si sta giocando, dove di straordinario c´è il clima che si respira e la volontà politica di Obama di fare di questi temi una priorità della propria agenda politica interna e internazionale. Certo rispetto alle richieste delle principali organizzazioni ambientaliste e del CAN sicuramente tutto questo non è sufficiente (ieri Greenpeace Usa ha bocciato il compromesso). Ma la stessa Janet Larsen (direttrice delle ricerche all´Earth Policy Institute, quello fondato da Lester Brown la cui posizione è una riduzione dell´80% al 2020) mi ha detto chiaramente che l´approvazione del testo rappresenterebbe un successo straordinario, anche perché nel frattempo molte cose stanno succedendo.Quelle più positive riguardano i provvedimenti del Governo e i movimenti in atto dentro molti settori industriali. Nello Stimolous Act - il provvedimento di rilancio dell´economia approvato a febbraio - al Bureau che al Ministero dell´energia si occupa di efficienza energetica e fonti rinnovabili sono stati assegnati 16,8 miliardi di dollari. E si è invertito completamente il rapporto di forza anche nel bilancio corrente e programmato nel 2010 nei confronti di nucleare e petrolio che storicamente avevano il grosso delle risorse. Il difficile paradossalmente, ammettono, viene ora nell´avviare programmi capaci di creare risultati. Ma i cambiamenti più radicali stanno avvenendo comunque all´Epa, l´agenzia per l´ambiente, che ha messo in moto un lavoro fondamentale per rendere possibile avere una legislazione federale in materia di gas serra. Riconoscendo che la CO2 e altri 5 gas serra sono dannosi per la salute umana hanno permesso di avviare quanto Bush aveva sempre impedito, ossia il processo che può portare a introdurre una regolazione in materia e che nel frattempo ha permesso di giungere a un accordo con gli Stati e le cause automobilistiche per fissare nuovi target per i consumi degli autoveicoli. Nel frattempo l´EPA ha avviato l´inventario degli emettitori di gas serra essenziale per avviare il cap and trade. In pratica l´agenzia sta creando tutte le condizioni per attuare quanto previsto dalla nuova normativa in discussione, ma anche in caso di ritardi o problemi potrà intervenire fissando nuove regolamentazioni. Interessante è anche il lavoro che hanno avviato in materia di carburanti da fonti rinnovabili, per valutare il Life Cicle Assestment dei diversi biocarburanti, e di sicurezza dell´acqua da bere e della falda che si occupa indirettamente di Carbon Capture and Storage e della sicurezza degli impianti.Molto americano è il ruolo che svolgono in tutta questa partita dietro le quinte e in campagne sui media i principali network ambientalisti e i think Tank democratici (ho incontrato quello forse più potente, il Center for american progress), ma anche le associazioni industriali delle rinnovabili (che questi giorni martellano con pubblicità a supporto della Legge). L´opposizione è comunque molto ben organizzata e ben più ricca. Molto interessante è stato incontrare un rappresentante dell´American Enterprise Institute, storicamente una delle più potenti lobby conservatrici (per la cronaca il giorno prima da loro Dick Cheney ha pronunciato quello spaventoso discorso in difesa di Guantanamo e degli interrogatori sui prigionieri che qui è stato ripreso da tutti i media con grande risalto). E la cosa sorprendente, in particolare rispetto all´Italia, è che non sostengono una posizione negazionista sul clima. Ma invece che sia sbagliata la politica di Obama perché troppo costosa e perché comporterebbe un aumento delle tasse (tema qui delicatissimo politicamente) e su questo martellano e continueranno a martellare. Contrapponendo a Obama più incentivi per la CCS e per delle strane proposte di geoingegneria che, secondo loro, potrebbero se la situazione si aggrava produrre risultati significativi in minor tempo e a minor costo (in pratica vulcani artificiali....). Questo riposizionamento ha una ragione precisa, nei sondaggi di questi mesi risulta evidente che circa il 70% degli americani chiede al Presidente di assumere decisioni chiare in materia di cambiamenti climatici.Per quanto riguarda le spinte dal basso, è da un lato significativo che oramai nella metà degli Stati è in corso di approvazione una legislazione che va nella stessa direzione di quella proposta dal governo per i gas serra e lo sviluppo delle rinnovabili. E dall´altro il ruolo che una serie di istituzioni e network sta svolgendo nel mettere assieme aziende per promuovere innovazione energetica e ambientale su filiere particolari (ne ho incontrate due molto interessanti, Alliance for energy efficiency e Centre for environmental innovation in roofing). E sta avendo uno straordinario successo un marchio volontario per la certificazione ambientale e energetica degli edifici, LEED, che anticipa quanto prevederà la legge in discussione come standard minimi nelle abitazioni.Per chi fosse arrivato a leggere fino a qui, chiudo con l´ultima notizia pubblicata ieri sul primo effetto della crisi in termini di emissioni di gas serra. Nel 2008 la CO2 è diminuita per la prima volta dal 1982, -2,8% quella per usi energetici a fronte di una crescita del Pil dell´1,1. Nel 2009 gli Usa sono entrati in recessione ed è quanto mai difficile fare previsioni. Più importante è che nessuno abbia chiesto al Governo per rivedere gli obiettivi di riduzione dei gas serra.Domani mi sposto a San Francisco dove vado a vedere se poi queste politiche stanno dando già qualche risultato nello Stato che da sempre è all´avanguardia per le politiche energetiche....

Un treno carico di sussidi


La socialità dei servizi di trasporto è una scelta politica. E infatti molti paesi non li sussidiano. L'Italia invece ha tariffe molto basse e servizi capillari. Anche per i treni. Ma il concetto di servizio ferroviario universale è tecnicamente privo di senso. Per essere giustificato, ha bisogno di flussi di domanda molto consistenti, presenti nelle aree e sulle relazioni dense, ma non in quelle periferiche. Tuttavia, a nessuno interessa verificarne la socialità, nonostante che alle sole ferrovie regionali vadano 1.500 milioni di euro di risorse pubbliche. La “socialità” dei servizi di trasporto non è un dogma, è una scelta politica tra le molte possibili, al contrario di altri servizi classificati come “universali”, per esempio acqua, elettricità o servizi postali. Più denari pubblici ai trasporti significa meno risorse per la casa o i parchi naturali. Inoltre, la gran parte delle risorse assorbite dai trasporti pubblici vanno a servire gli insediamenti periferici e dispersi, dove si genera poca domanda: un treno o un autobus pieno, anche con tariffe unitarie pesantemente sussidiate come le nostre, richiede ben pochi denari pubblici. Soprattutto se i costi di produzione sono efficienti.

LE CONSEGUENZE DEL SUSSIDIO
Molti paesi - Germania, Inghilterra, Stati Uniti, Giappone per esempio - hanno deciso di sussidiare poco i trasporti collettivi e hanno tariffe alte, vicine ai costi di produzione. Tariffe molto basse, come quelle italiane che sono mediamente il 30 per cento dei costi di produzione, congiunte a servizi molto capillari, danno segnali distorti alle scelte di insediamento: favoriscono ulteriori dispersioni residenziali e produttive, in una sorta di spirale non virtuosa.Se questo vale in generale, i dubbi sulla socialità del trasporto ferroviario sono ancora più evidenti. Infatti il mezzo ferroviario ha capacità unitarie molto più elevate dell’autobus (e dell’aereo: un treno di lunga distanza porta senza problemi anche mille passeggeri), e per essere giustificato ha bisogno di flussi di domanda molto più consistenti, presenti nelle aree e sulle relazioni dense, ma non in quelle periferiche.Il concetto, recentemente introdotto, di “servizio ferroviario universale” è tecnicamente privo di senso. Infatti, qual è il senso sociale di treni che rimangono poco usati, anche in presenza di pesanti sussidi? Su certe linee costerebbe meno alla collettività non solo fornire servizi di autobus gratuiti, ma addirittura portare i passeggeri in taxi. E considerazioni del tutto analoghe valgono per il trasporto ferroviario di merci, che necessita di una domanda molto concentrata per avere una qualche giustificazione, anche ambientale.Gli aspetti distributivi poi non sono cogenti: i pendolari nelle aree periferiche sono più poveri di quelli nelle aree dense? Inoltre, la disponibilità di servizi ferroviari è necessariamente riservata ai residenti prossimi alle linee (meglio, alle stazioni) e con destinazioni anch’esse in qualche misura servite dal treno, cioè una assoluta minoranza della popolazione. Questa minoranza con accessibilità privilegiata gode già di una rendita, proprio perché risiede in punti privilegiati del territorio, dove si generano maggiori valori immobiliari.Ma vi sono altri, solidi argomenti utilizzabili. Uno è quello ambientale: un treno semivuoto genera esternalità ambientali spesso superiori a quelle di un autobus ecologico. Considerazioni analoghe valgono poi per i fenomeni di congestione: è dove la domanda è densa che il treno, che richiede “rotture di carico”, cioè un cambio di mezzo, compete favorevolmente con una viabilità congestionata. Ma, si ripete, treni molto pieni richiedono pochi sussidi, o addirittura possono essere in attivo, se le tariffe sono ragionevoli e la gestione efficiente, per esempio perché c’è concorrenza, che è l’unica via per verificare l’efficienza dei costi di produzione, senza dover chiedere l’opinione del monopolista.Vi sono poi altri aspetti sociali da considerare: il treno offre un servizio all’utenza spesso più comodo e rapido rispetto all’autobus, che in generale ha costi di produzione assai più bassi. Perché è necessario sussidiare la comodità e la velocità? A quella stregua, si dovrebbero sussidiare anche i servizi aerei. E infatti in molti paesi (Giappone, Inghilterra) le tariffe ferroviarie rispettano i costi di produzione e sono assai più elevate che non quelle di servizi di autobus “paralleli”.
E GLI AUTOMOBILISTI?
Inoltre, è verificato dalla modellistica internazionale che comunque una quota rilevante della popolazione continuerà a dover usare l’automobile privata, non certo per capriccio, ma a motivo delle origini e delle destinazioni dei loro spostamenti, non servibili col trasporto collettivo. Questo, anche se si attuassero politiche ancora più energiche e costose delle attuali in favore dei trasporti pubblici. D’altronde, basta osservare che trent’anni di trasporti pubblici iper-sussidiati e trasporti privati iper-tassati in Europa non hanno determinato apprezzabili spostamenti modali.Ciò premesso, i viaggiatori automobilistici affrontano oneri fiscali rilevanti (circa la metà dei loro costi sono tasse), e generalmente non hanno alternative. I lavoratori pendolari che appartengono a questa categoria non meritano alcun supporto pubblico? Sono condannati a essere cittadini di serie B, stare in coda e pagare in silenzio? Qualche dubbio sembra davvero legittimo.L’intera gamma delle osservazioni precedenti, si badi, è molto opinabile, nel senso che postula verifiche quantitative, spesso caso per caso.Il problema vero che però emerge con grande evidenza da questa sommaria analisi è: perché le verifiche sulla socialità del servizio non vengono mai fatte, e in generale nemmeno proposte, nonostante il rilevante flusso di risorse pubbliche coinvolte? Si tratta di circa 1.500 milioni di euro per i soli servizi ferroviari regionali, senza contare i sussidi all’esercizio delle linee, gli investimenti e i sussidi incrociati sui treni di lunga distanza, che rappresentano comunque una allocazione arbitraria di risorse a fini sociali: i passeggeri delle linee cariche devono pagare anche per quelli delle linee scariche, anche nel caso fossero meno benestanti di questi ultimi, o che, come si è visto, le linee scariche non generino benefici sociali di sorta.A nessuno interessa misurare la socialità dei servizi, anche se tecnicamente non vi sarebbero difficoltà di rilievo: per il gestore e per i decisori pubblici, infatti, questo è il migliore dei mondi possibili. La mano pubblica è pagatore in ultima istanza, e interviene sempre e comunque, ex-ante o ex-post appunto per questo.

I debiti in Comune


Il ricorso degli enti locali a strumenti derivati si traduce oggi in un'esposizione per circa 40 miliardi e in perdite tra i 6 e gli 8 miliardi. Perché non sempre le amministrazioni dispongono di professionalità adeguate per effettuare operazioni finanziarie sofisticate. E perché non le hanno utilizzate come forma di copertura dal rischio tassi, ma come pura fonte di finanziamento, anche per le spese correnti. Altri paesi le vietano tout court. Meglio invece optare per una rigida regolamentazione, limitandone l'utilizzo solo a finalità di copertura e non speculative. Negli ultimi anni, il ricorso a strumenti derivati da parte degli enti locali - in particolare, swap sui tassi di interesse e strumenti strutturati - ha raggiunto livelli significativi. Secondo fonti ufficiali, gli enti locali hanno un’esposizione da strumenti derivati verso istituti di credito per circa 40 miliardi di euro, pari al 36 per cento dello stock di debito totale. Operazioni sugli strumenti derivati sono state effettuate da 18 Regioni (90 per cento), 58 province (54 per cento), 54 capoluoghi di provincia (50 per cento) e circa 700 comuni (8,6 per cento). Tuttavia, l’incompletezza dei dati ufficiali fa ritenere che la diffusione possa essere molto maggiore, soprattutto fra i comuni di piccole e medie dimensioni: sulla base di indagini campionarie effettuate in alcune Regioni, si può ritenere che i comuni di piccole dimensioni coinvolti siano almeno 3mila.Le perdite, derivanti dall’andamento dei tassi di interesse, sono stimate in circa 6-8 miliardi di euro. L’elevato rischio per gli enti locali ha portato, nella legge Finanziaria per il 2009, al divieto di stipulare nuove operazioni, fino all’entrata in vigore di un Regolamento da emanare a cura del ministero dell’Economia e comunque per il periodo di un anno. (1)

PERCHÉ I DERIVATI
La possibilità per gli enti locali di sottoscrivere strumenti derivati era stati introdotta dalla legge Finanziaria per il 2002, per favorire operazioni di ristrutturazione del debito, volte a ridurne il costo. Da allora, l’uso di strumenti derivati si è esteso non solo agli swap sui tassi di interesse, ma anche a diverse forme di opzione sul debito (cap, floor, collar,(INSERIMENTO IN GLOSSARIO) che hanno la finalità di porre tetti inferiori o superiori al costo del debito), fino a operazioni più strutturate e azzardate, i cosiddetti credit default swap.Cosa ha determinato l’attuale situazione di difficoltà? In primo luogo, le amministrazioni pubbliche non sempre dispongono di professionalità adeguate per effettuare operazioni finanziarie sofisticate; la valutazione della strutturazione di un’operazione, il calcolo del marking to market dello swap, l’analisi delle clausole contrattuali, degli eventuali costi impliciti e dei rischi associati richiede competenze difficilmente presenti all’interno degli enti locali. Inoltre, i funzionari pubblici tendono a ritenere che l’operazione si esaurisca con la firma del contratto, trascurando l’importanza di un monitoraggio continuo dell’andamento dei tassi e le opportunità di rinegoziazione delle operazioni stesse. Considerato che lo swap è un contratto a somma zero, cioè la perdita di un contraente è compensata dal guadagno dell’altro, nel rapporto con gli istituti di credito un’amministrazione pubblica si trova in una posizione di svantaggio.A fronte di queste difficoltà, gli enti locali tendono a rivolgersi a un advisor, tipicamente un intermediario finanziario. Questo fenomeno amplifica i rischi dell’operazione, in quanto spesso l’advisor assume direttamente oppure, più spesso, attraverso un istituto controllato anche la posizione di controparte con cui l’ente stipula il contratto, generando così una situazione pericolosa di conflitto di interessi. Negli enti locali si è riscontrata un’eccessiva fiducia verso gli istituti di credito, alcuni dei quali hanno adottato comportamenti opportunistici, sfruttando a proprio vantaggio l'asimmetria di competenze.
IL CASO MILANO
Molto significativo è il caso del comune di Milano, che ha stipulato nel 2005 uno swap di durata trentennale, legato a un’emissione obbligazionaria bullet, pari a 1,68 miliardi di euro. In soli quattro anni, il comune ha accumulato una minusvalenza (mark to market) di circa 300 milioni di euro e i costi impliciti dell’operazione, ossia i margini di remunerazione “illegittima” per gli istituti controparte, oscillano tra i 73 e gli 88 milioni di euro. Gli aspetti critici, dal punto di vista legale, sono vari. Già al momento del perfezionamento del contratto, il comune presentava una minusvalenza di 51 milioni di euro, circostanza vietata dalle norme. Inoltre, le condizioni dell’opzione collar abbinata allo swap sembrano più favorevoli per le banche che non per il comune: il collar iniziale presentava un significativo squilibrio tra costo di acquisto del cap e premio incassato dalla vendita del floor.Molte amministrazioni locali stanno intraprendendo azioni legali, sulla scia del comune di Milano. Nel caso di Milano, l’accusa del Tribunale è di truffa aggravata per i funzionari degli istituti di credito coinvolti – Deutsche Bank, Ubs, Jp Morgan, Depfa. Gli istituti di credito, invece, sono indagati come persone giuridiche e accusati di violazione della legge 231, che disciplina la responsabilità degli enti, perché non sarebbero stati in grado di prevenire i reati commessi dai loro funzionari, per aver tratto un significativo beneficio economico dalla loro condotta illegale e, infine, per aver falsamente sostenuto che la ristrutturazione del debito sarebbe stata vantaggiosa per il comune, come prescritto dalla norma. La soluzione legale non è preclusa agli enti di piccole dimensioni: da un lato, infatti, le associazioni dei comuni, in primo luogo l’Anci, hanno garantito assistenza legale a quanti avvieranno contenziosi nei confronti degli istituti di credito; dall’altro, molti enti si stanno organizzando per intraprendere azioni comuni: ad esempio, in provincia di Milano è nato un “Tavolo di lavoro sovra comunale”, promosso dal comune di Magenta, per individuare soluzioni operative per gli enti in difficoltà, che vanno dalla negoziazione con gli istituti di credito all’azione legale.Al di là dei rimedi legali, è opportuno riflettere sulla motivazione ultima, per gli enti locali, del ricorso alle operazioni sugli strumenti derivati. Trae origine, in generale, dalle difficoltà della finanza pubblica e, nello specifico, dai vincoli posti dal Patto di stabilità interno. In un contesto caratterizzato da riduzione dei trasferimenti e crescita della domanda di servizi e opere pubbliche, le regole del Patto, spesso soggette a revisioni da un anno all’altro, hanno aumentato il grado di rigidità dei bilanci, inducendo le amministrazioni locali ad adottare comportamenti “strumentali”, pur di mantenere margini di manovra nelle decisioni di spesa. Ciò ha impedito agli enti locali di cogliere la vera essenza e funzionalità del contratto di swap: anziché come forma di copertura dal rischio tassi, lo strumento è stato utilizzato come pura fonte di finanziamento, spesso destinata a coprire le spese correnti. Il generalizzato ricorso al cosiddetto up-front, il pagamento da parte della banca di una somma in contanti all’atto della sottoscrizione dello swap, ha comportato sfasamenti contabili con ripercussioni sugli anni successivi, quando i flussi sono diventati sfavorevoli per l’ente, generando un livello di indebitamento ancora maggiore e a tassi più elevati rispetto alla situazione precedente allo swap. La mancanza di precise e chiare regole di contabilità pubblica ha permesso un utilizzo scriteriato delle entrate derivanti dagli strumenti derivati, le quali, non essendo formalmente un debito, non rispondevano né alle regole sul limite di indebitamento, né ai vincoli di destinazione: solo a partire dal 2007, la Corte dei conti ha cominciato a vietare un utilizzo delle entrate derivanti da swap per il finanziamento delle spese correnti.
SERVE UNA REGOLAMENTAZIONE
Ma come intervenire in modo più incisivo per evitare questi problemi? Una possibile soluzione, già adottata in altri paesi, in primis Germania e Regno Unito, è quella di vietare agli enti locali il ricorso agli strumenti derivati. Gli enti locali non possiedono, né potranno possedere, competenze adeguate con la complessità dei mercati e dei prodotti finanziari esistenti, né fa parte delle finalità istituzionali effettuare operazioni strutturate con fini speculativi. L’inefficacia, inoltre, delle diverse forme di controllo, sia interne all’ente locale (collegio dei revisori, Corte dei conti), sia di regolazione del mercato (Banca d’Italia, Abi, ministero del Tesoro) impone, secondo questa posizione, una soluzione radicale.Tuttavia, questa soluzione potrebbe essere poco efficace. Gli strumenti di finanza innovativa sono così vari e sofisticati che potrebbe essere irrealistico vietare, di volta in volta, singoli prodotti finanziari. In secondo luogo, una gestione attiva del debito, finalizzata all’ottimizzazione delle risorse, alla riduzione del loro costo e al contenimento dei rischi rappresenta per gli enti locali una opportunità da non perdere. L’azione, semmai, anche attraverso il regolamento in fase di elaborazione, dovrebbe essere di rigida regolamentazione degli strumenti adottati, limitandone l’utilizzo solo a finalità di copertura e non per fini speculativi.In ogni caso, la possibilità di un miglioramento della qualità delle operazioni è legata a un significativo investimento in competenze multidisciplinari, attraverso la formazione di gruppi di lavoro e unità di supporto, anche a livello provinciale, con compiti di valutazione e analisi ex ante, formati da professionalità differenti provenienti dagli enti locali, dalle regioni, dall’accademia, dalla consulenza, dalla finanza.
(1) Sono escluse dal divieto le operazioni di ristrutturazione del debito a seguito di una modifica delle passività legate a contratti in essere.

Là dove osano le pale. Prima camminata dell’Ariacheta contro l’eolico industriale

Il comitato apartitico Ariacheta organizza e invita a partecipare alla prima manifestazione pubblica organizzata in Italia contro il progetto di un impianto eolico industriale. Alla camminata aderiscono ufficialmente organizzazioni locali, nazionali e internazionali tra cui Italia Nostra, CAI, WWF, Lipu-BirdLife Italia, Pronatura, CNP, EPAW, e un notevole numero di comitati sorti contro agli impianti eolici industriali.Perché indire una passeggiata sul crinale? Perché una grossa società ha intenzione di costruire un grande impianto eolico industriale, con 14 pale da 3,3 MW ciascuna, in una delle zone più belle dell’Appennino tosco-romagnolo, a meno di 1 km dal Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi e in un’area protetta da diversi vincoli e norme, ricca di particolarità faunistiche (l’aquila, il lupo…). Il Comune di San Godenzo ha con leggerezza firmato una convenzione, e il progetto avrebbe esiti devastanti e irreversibili per il territorio. Per questo è sorto un comitato di cittadini, che cerca in tutti i modi di impedire una follia che non porterebbe alcun reale beneficio energetico, ma solo devastazione e speculazione economica. Sul nostro sito potete trovare tutta la documentazione del caso (www.ariacheta.blogspot.com).Sia detto forte: non siamo contrari all’eolico, siamo apartitici e contrari alla speculazione che porta tanti soldi pubblici, sotto forma di finanziamenti, nelle tasche di pochi furbi. Crediamo che le energie alternative debbano avere un impatto sostenibile, ed essere proprietà di tutti.A riprova della serietà della nostra protesta possiamo vantare l’appoggio e la solidarietà di personalità, Enti e associazioni di livello locale, nazionale e internazionale, quali:
Italia Nostra, WWF, CAI, LIPU-Birdlife Italia, ProNatura, European Platform Against Windfarm, Comitato nazionale per il Paesaggio, ecc., che appoggiano ufficialmente la manifestazione. Ma sono molte le associazioni locali e non che, come per esempio la Coldiretti, sempre più spesso si schierano a favore dei cittadini e contro l’eolico industriale.Di fatto quella che era stata presentata come un’alternativa energetica pulita si è rivelata un fallimento: i “parchi” eolici si distinguono per resa energetica scarsissima, infiltrazioni mafiose, società fallimentari, degrado ambientale e genocidio avifaunistico, manutenzione difficoltosa, gravi disagi alla popolazione residente, irreversibili danni paesistici e turistici. È ora di dirlo forte. Mese per mese, man mano che vengono pubblicati dati e cifre, si moltiplicano i siti, i comitati e le inizative di opposizione, tanto che anche i media non possono più ignorare il fenomeno: lo testimoniano gli articoli e le trasmissioni che mostrano il vero volto di questo brutto sogno da cui ci stiamo svegliando, in Italia come è già successo in altri paesi. Le grandi associazioni nazionali, dopo esitazioni iniziali in larga misura comprensibili, stanno superando definitivamente le divisioni interne e prendono una posizione sempre più netta, così come - sarà forse il clima elettorale - stanno facendo anche le più avvedute forze politiche. E dunque: non è che l’inizio.L’evento segna una salto di livello nella battaglia per l'ambiente e contro la speculazione legata ai certificati verdi, nasce spontaneamente dai cittadini e supera ogni schieramento politico giungendo, per la forza delle proprie convinzioni, ad appellarsi direttamente a Bruxelles.La camminata però vuole essere anche un momento di festa, visto che la Sovrintendenza al paesaggio per la Regione toscana il giorno 14 maggio ha espresso il suo parere negativo sul progetto, ma soprattutto vuole dare un segnale forte al Mugello e al paese intero.La popolazione che vede minacciata la propria salute e il patrimonio del territorio si ribella e corre ai ripari: la battaglia contro la speculazione eolica è entrata in una nuova fase e, come è successo per la TAV, richiede un presidio permanente. Perché la minaccia resta, sotto forma degli innumerevoli progetti, pronti ad essere modificati per aggirare i ricorsi al TAR, ottenere il via libera e riempire il crinale appenninico di pale. Lo ribadiamo: è ormai dimostrato (atti Convegno di Palermo – Epaw, pubblicazioni varie, tutto reperibile sul sito www.viadalvento.org) che l’investimento in grandi impianti non è un’alternativa energetica ma solo un ulteriore passo verso il degrado e lo sfruttamento industriale del territorio.Da ora non si potrà più far finta di non sapere o negare ogni reale responsabilità.Per interviste e contatti: M.Signorini (055-2049499 cell. 3355410190), membro del Consiglio nazionale di Italia Nostra e delegata per la Toscana, P.Mattioli (cell.3462148376), agronomo e paesaggista, L.Vitali (3898183508), responsabile della comunicazione per il comitato.

venerdì 22 maggio 2009

Impunità

I giudici del Tribunale penale di Milano hanno depositato le motivazioni della condanna dell'avvocato inglese David Mills a 4 anni e 6 mesi di reclusione per corruzione in atti giudiziari e falsa testimonianza. E' scritto a chiare lettere che agì illecitamente per tutelare gli interessi del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e del Gruppo Fininvest. Il premier Silvio Berlusconi, comunque, per ora non rischia proprio nulla. Infatti, caso unico in tutte le c. d. democrazie occidentali, in Italia esiste la mitica legge 23 luglio 2008, n. 124 che dispone la sospensione dei processi penali nei confronti "di Presidente della Repubblica, di Presidente del Senato della Repubblica, di Presidente della Camera dei deputati e di Presidente del Consiglio dei ministri ... dalla data di assunzione e fino alla cessazione della carica o della funzione. La sospensione si applica anche ai processi penali per fatti antecedenti l'assunzione della carica o della funzione". E' la c.d. legge Alfano, contro la quale l'Italia dei Valori, il movimento politico guidato da Antonio Di Pietro, ha promosso la campagna di raccolta delle firme per la promozione del referendum popolare. Le firme necessarie sono state raccolte. La legge verrà comunque portata davanti alla Corte costituzionale grazie al Tribunale penale di Milano, sezione I, che ha accolto, lo scorso 4 ottobre 2008, l'eccezione sollevata dal p.m. Fabio De Pasquale nel corso del processo Mediaset. Questa legge non sarebbe mai dovuta nascere. A mio modestissimo parere, la legge Alfano è in palese contrasto con l'art. 3 della costituzione, l'articolo che sancisce l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Non è necessario essere grandi giuristi per capire che la legge Alfano presenta delle pecche non irrilevanti. Sempre a mio parere, opinabilissimo, ne sarebbe dovuto accorgere perfino il Presidente della Repubblica Napolitano, anche se la sua posizione era in deciso conflitto di interessi, dato che la legge immunizzava pure lui. Avrebbe dovuto notare il non insignificante dettaglio che si è voluto modificare un articolo della Costituzione mediante una legge ordinaria. Qualsiasi studente di giurisprudenza verrebbe buttato fuori all'esame di diritto costituzionale se non sapesse che per modificare la Costituzione è necessario ricorrere ad una legge di revisione costituzionale (art. 138 cost.), con procedimento aggravato da doppia delibera e dalla maggioranza qualificata. Intanto, per ora, ce la dobbiamo tenere. E Berlusconi potrebbe anche rubarvi l'autoradio senza rischiare nulla.
Stefano Deliperi
Da G.I.G.

venerdì 15 maggio 2009

Economia: il futuro è nel lavoro verde

Mentre il ministro italiano per le politiche europee, Andrea Ronchi, va in missione diplomatica per chiedere all´Ue che all´Italia sia concesso di non rispettare il pacchetto "20-20-20" su energia e cambiamenti climatici che rovinerebbe l´industria e l´economia italiana già in crisi, il nuovo rapporto "Green Jobs: Towards Decent work in a Sustainable, Low-Carbon World" dimostra esattamente il contrario: «gli sforzi per affrontare il cambiamento climatico potrebbero comportare la creazione di milioni di nuovi posti di lavoro "verdi" nei prossimi decenni. Il mutamento dei modelli di occupazione e gli investimento derivanti dagli sforzi volti a ridurre il cambiamento climatico ed i suoi effetti stanno già generando nuovi posti di lavoro in molti settori ed economie, e potrebbero crearne milioni in più sia nei Paesi sviluppati che nei paesi in via di sviluppo». A dar torto alle paure di Ronchi e del governo italiano non è una banda di ambientalisti luddisti o qualche fan della decrescita, visto che il ponderoso rapporto è firmato dall´International labour organization (Ilo), dall´International trade union confederation (Ituc), dall´United Nation environment programme (Unep) e dall´International organization of employers (Ioe). La relazione, curata dal Worldwatch institute, con l´assistenza tecnica del Global labour institute della Cornell university, rivela anche che il cambiamento climatico già in atto continuerà ad avere effetti negativi sui lavoratori e le loro famiglie, in particolare per quelle la cui sussistenza dipende da agricoltura e turismo. e che «L´azione per contrastare il cambiamento climatico, nonché per far fronte ai suoi effetti, è quindi urgente e dovrebbe essere progettata in modo da generare posti di lavoro dignitosi». Anche se le grandi federazioni sindacali e imprenditoriali mondiali e l´Unep sono ottimiste sui nuovi posti di lavoro generati dalla lotta al climate change, avvertono che molti di questi potrebbero essere «sporchi, pericolosi e difficili». Preoccupazioni che riguardano soprattutto (anche se non solo) le economie in via di sviluppo e che includono l´agricoltura e il riciclaggio dei rifiuti e delle materia, basati spesso su basse retribuzioni, lavoro precario, esposizione a sostanze pericolose per la salute. Cose che «devono cambiare rapidamente». Purtroppo i lavori "verdi" vengono creati meno nei Paesi più vulnerabili, in particolare per «Il miliardo e 300 milioni di lavoratori poveri (43% della forza lavoro globale) nel mondo hanno profitti troppo bassi per per sollevare loro ed i loro familiari a carico dalla soglia di due dollari pro-capite al giorno, o per i previsti 500 milioni di giovani che saranno in cerca di lavoro nei prossimi 10 anni». Il green jobs riduce l´impatto ambientale delle imprese e dei vari settori economici a livelli sostenibili. La relazione si concentra sui posti di lavoro "verdi" nell´agricoltura, nell´industria, nei servizi e nell´amministrazione che contribuiscono a preservare o ripristinare la qualità dell´ambiente e chiede l´adozione di misure che garantiscano un lavoro dignitoso, che aiuti a ridurre la povertà, tutelando allo stesso tempo l´ambiente. «Lo stesso cambiamento climatico, l´adattamento e gli sforzi per arrestare e ridurre le emissioni possono avere implicazioni economiche e sociali di di vasta portata per i modelli di produzione e consumo e quindi per occupazione, redditi e riduzione della povertà - dice il rapporto - Queste implicazioni contengono in sé sia i principali rischi che le opportunità per la gente in tutti i Paesi, ma soprattutto per i più vulnerabili nei Paesi meno sviluppati e nei piccoli Stati insulari». Il rapporto chiede una "just transitions" per chi potrebbe essere colpito dalle trasformazioni innescate dalla "green economy" e per chi deve adattarsi ai cambiamenti climatici, attraverso l´accesso ad alternative economiche ed alle opportunità di lavoro per imprese e lavoratori.Secondo l´accordo la via della ritrosia scelta dal governo italiano non sembra proprio quella giusta: «Un significativo dialogo sociale tra governo, lavoratori e datori di lavoro sarà essenziale non solo per alleviare le tensioni, informare e supportare meglio una coerente politica ambientale, economica e sociale, ma tutte le parti devono essere coinvolte nello sviluppo di tali politiche». Il documento afferma che «un´economia sostenibile non può più esternalizzare costi ambientali e sociali. Il prezzo che la società paga per le conseguenze di inquinamento o cattiva salute, per esempio, devono riflettersi nei prezzi pagati sul mercato. I posti di lavoro "verdi" devono quindi essere un lavoro dignitoso». Unep, sindacati e imprenditori raccomandano per il futuro una serie di percorsi più sostenibili per orientare investimenti a basso costo, misura che dovrebbero essere adottate subito e che comprendono: valutazione del potenziale dei green jobs e il monitoraggio dei progressi compiuti nel quadro di una politica di investimenti; affrontare il problema dell´attuale "collo di bottiglia" che riguarda le competenze disponibili e le esigenze reali, perché possano davvero essere impiegate tecnologie e risorse per investimenti che possono essere impiegati in maniera efficace solo con imprenditori e lavoratori qualificati; assicurare che il contributo alla riduzione delle emissioni di gas serra da parte delle singole imprese e dei settori economici sia sostenuto da una gestione delle iniziative volte a creare loghi di lavoro "verdi". Il rapporto "Green jobs" rivela che i green markets hanno ottenuto i migliori risultati e innescato trasformazioni virtuose là dove «vi è stato un forte e costante sostegno politico al più alto livello, inclusi target, penalizzazioni e incentivi, come feed-in laws e standard di efficienza per edifici e macchinari che siano utili per la per la ricerca e lo sviluppo». Il rapporto sottolinea che «l´approvazione di un nuovo, profondo e decisivo accordo sul clima, quando i Paesi si incontreranno nel cruciale climate convention meeting dell´Onu a Copenaghen alla fine del 2009, sarà fondamentale per accelerare la crescita di posti di lavoro verdi».

Il progetto del Muse.net ed il museo è online

Il progetto raccoglie online il patrimonio artistico, storico e culturale dei musei dei Comuni di Foggia, Torremaggiore e Bovino. La cultura si manifesta anche online. Con il progetto Muse.net i musei dei Comuni di Foggia, Torremaggiore e Bovino potranno diffondere il loro patrimonio artistico, storico e culturale sfruttando le potenzialità della rete. Gli obiettivi del progetto sono culturali, sociali ed economici: tutelare il patrimonio culturale, rafforzare l'identità culturale locale e stimolare lo sviluppo del turismo culturale. Il portale, realizzato da Links Management and Technology, è multicanale, multitarget e accessible da dispositivi mobili come palmari o smartphone, oltre a contenere passeggiate virtuali in ambienti 3D. Per stimolare l'interesse del pubblico, è stata creata anche una vera e propria comunità virtuale. Attraverso Muse.net, gli utenti potranno visitare mostre virtuali online, mentre gli operatori dei Musei avranno a disposizione gli strumenti per organizzare, gestire e allestire le stesse. Muse.net sarà presentato questo pomeriggio, presso la Sala Mazza del Museo Civico di Foggia, nell'ambito dell'XI edizione della Settimana della Cultura dal 18 al 26 aprile. Il portale ancora non è disponbile.

Il Parlamento europeo vota per le foreste

Mostrare un po' d'amore alle foreste ha funzionato! L'anno scorso in più di mezzo milione avete visto il video Forest-Love e in più di 130.000 avete chiesto all'Ue un impegno forte per fermare il taglio illegale. Con il voto di ieri il Parlamento europeo ha compiuto un passo importantissimo verso l'esclusione del legno di origine illegale dai nostri mercati. Il Parlamento europeo, infatti, ha accolto le raccomandazioni della sua commissione Ambiente per lo stretto controllo del legno e dei suoi derivati commercializzati sui mercati europei. Prima della fine dell'estate, i ministri dell'Agricoltura dovranno regolamentare il settore, e l'Unione europea dovrebbe adottare la legislazione finale entro la fine dell'anno, per assicurare che il legno proveniente da fonti illegali non possa più raggiungere i consumatori europei. Quando la legge verrà recepita le aziende europee che acquistano legno saranno responsabili della legalità dei prodotti venduti ai consumatori e, allo stesso tempo, il rispetto di questa legge consentirà di ridurre l'impronta ecologica dell'Unione europea sugli ultimi polmoni del pianeta. Al momento si stima che il 20 per cento del legno che arriva sui mercati europei sia di origine illegale. Attraverso questi acquisti, l'Europa si rende responsabile della scomparsa delle ultime foreste primarie, accelerando la perdita di biodiversità e i cambiamenti climatici. Senza parlare del ruolo della deforestazione nell'aggravare la povertà e le tensioni sociali nei Paesi in via di sviluppo. Il Parlamento europeo ha apportato sostanziali miglioramenti alla bozza di legge, che obbligherà le aziende a garantire la legalità dei prodotti di legno e, contestualmente, stabilisce la creazione di un efficace sistema di sanzioni e multe per i trasgressori. Inoltre, ha raccomandato caldamente di adottare politiche di acquisto che fanno riferimento solo a fonti pienamente sostenibili. Chiediamo ai ministri dell'Agricoltura e alla Presidenza ceca dell'Unione europea di rispondere alle richieste dei cittadini europei e del loro Parlamento, regolando il commercio dei prodotti del legno e facendo in modo che la nuova legge venga adottata in tempi brevissimi.

Ue, una guida per l'e-commerce a tutela dei consumatori

È stata presentato ieri il portale eYouGuide, una guida ai diritti dei consumatori negli acquisti sul web, che fornisce infomazioni, consigli pratici e norme. Sono ancora pochi i consumatori in rete. Molti non si fidano degli acquisti online, altri conoscono poco i propri diritti ed esitano a farli valere. Proprio per ciò la Commissione Europea ha lanciato ieri "eYouGuide" la guida ai "diritti in rete". Un portale rivolto soprattutto ai consumatori, in grado di fornire informazioni utili per gli acquisti online, o ancora sui diritti nei confronti dei provider, sulla tutela dei dati personali, sul download di file musicali e i social network. La guida raccoglie una proposta presentata dal Parlamento europeo nel 2007 e, in merito all'e-commerce, spiega che i diritti dei consumatori si stendono anche ai loro acquisti sul web. In particolare essi possono:
- avere chiare informazioni su prezzi e condizioni prima di fare un acquisto;
- decidere se e quando dare i propri dati personali;
- ricevere la consegna entro 30 giorni dall'acquisto;
- avere un periodo di 7 giorni lavorativi dopo l'acquisto durante i quali si può cambiare idea;
- un minimo di due anni di garanzia sul prodotto acquistato;
- protezione contro i falsi venditori, termini contrattuali e pratiche commerciali scorrette.
Conoscere i propri diritti, secondo la Commissione, accrescerà la fiducia dei consumatori verso gli acquisti su internet, il cui fatturato totale oggi è pari a circa 106 miliardi di euro. La guida indica 10 topic, che ne riassumono i contenuti, i campi di applicazione e i consigli per il consumatore:
- Tutela della privacy in Rete;
- Informazioni sui venditori sul web;
- Verificare i Termini del Servizio prima di procedere all'acquisto;
- Prestare attenzione alle promozioni, alla pubblicità e allo spam;
- Sicurezza del proprio pc, della connessione internet e dei pagamenti online;
- Copyright;
- Protezione dei minori;
- Accessibilità per i disabili e gli anziani;
- Di chi potersi fidare?
- Stimolare la conoscenza dei propri diritti.
Ma non è tutto: fra le proposte dell'Ue vi è quella che auspica la creazione di un "mercato unico" sul web, uniformando a livello europeo l'accesso a prodotti e servizi tra i vari stati, a condizioni commerciali euque. Così, acquistare un prodotto o anche un bene immateriale su un sito italiano o di un altro paese membro non avrebbe alcuna differenza, garantendo in ogni caso la massima trasparenza al momento dell'acquisto. È quanto ha affermato il Commissario europeo per la Società dell'Informazione e dei media, Viviane Reding: «All'interno dell'UE, i diritti dei consumatori online non dovrebbero dipendere dalla sede di una società o di un sito web. Le frontiere nazionali non dovrebbero più complicare la vita dei consumatori europei che decidono di acquistare un libro online o di scaricare una canzone da Internet». E aggiunge: «Nonostante i progressi compiuti, dobbiamo garantire che anche sul web vi sia un mercato unico per i cittadini e per le imprese». Oltre alla guida per chi fa shopping online, il commissario Reding e quello alla Protezione dei consumatori Maglena Kuneva, hanno inoltre annunciato le prossime azioni per rendere la vita degli utenti del web più sicura: misure restrittive sullo spam, che vede l'Italia al primo posto in Europa per diffusione, l'abbattimento delle barriere nazionali al commercio di file musicali grazie all'introduzione di una licenza europea e infine un'armonizzazione delle regole per le copie di prodotti coperti da copyright, che attualmente sono diverse da Stato a Stato.

Le centrali nucleari sarebbero in Puglia, Sardegna e Piemonte

In Sardegna, dalle parti di S. Margherita di Pula a sud. O anche sulla costa orientale, fra S. Lucia e Capo Comino. O più giù, davanti a Lanusei, alla foce del Rio Mannu. In Puglia, sulla costa di Ostuni. Lungo il Po, dal vercellese fino al mantovano, dove già esistevano le centrali di Trino e di Caorso. I siti dove localizzare le nuove centrali sono pochi e rischiano di essere molto affollati. Nei prossimi mesi, dovranno essere stabiliti i parametri, in base ai quali decidere dove collocare le future centrali. Sarà una fase di intenso mercanteggiamento con le autorità e le comunità locali, ma i margini di manovra sono ristretti anche dalla particolare conformazione geologica e costiera italiana. Si può partire dalla mappa dei possibili siti che il Cnen (poi diventato Enea) disegnò negli anni '70. E' una mappa, però, largamente superata dagli eventi. In molte aree si è moltiplicata la densità abitativa, che il Cnen considerava un parametro sfavorevole. Soprattutto, è cambiato il rapporto con l'acqua. Le centrali hanno bisogno di molta acqua per raffreddare i reattori (questa acqua circola, naturalmente, fuori dal reattore) e, per questo vengono, di solito, costruite vicino ai fiumi o al mare. Il rischio, quando si tratta di fiumi, sono le piene, più frequenti negli ultimi decenni. Ma è un pericolo relativo: la centrale di Trino Vercellese, sette metri sopra il livello del Po, è sopravvissuta all'asciutto a due piene catastrofiche. Il problema, in realtà, non è troppa acqua, ma troppo poca. Il riscaldamento globale sta diminuendo la portata dei fiumi e c'è il dubbio che, in estate, la portata del Po non sia sufficiente per il raffreddamento delle centrali, mentre, contemporaneamente, si acuisce il problema di salvaguardare le falde acquifere, ad esempio in una zona di risaie, come il vercellese. L'alternativa sono le coste e l'acqua del mare. Ma il riscaldamento globale innalzerà progressivamente, nei prossimi decenni, il livello dell'Adriatico, del Tirreno e dello Jonio, ponendo a rischio allagamento centrali costruite per durare, mediamente, una cinquantina d'anni. Il Cnen, ad esempio, aveva indicato fra le aree più idonee il delta del Po e quello del Tagliamento, nell'Adriatico settentrionale. Ma il suo successore, l'Enea, definisce tutta la costa adriatica a nord di Rimini come la zona italiana a più alto pericolo di allagamento, con un innalzamento - minimo - del livello del mare di 36 centimetri. In effetti, quest'altra mappa dell'Enea ripercorre gran parte della costa italiana. Sia Piombino che l'area della vecchia centrale di Montalto di Castro, nel Lazio, ad esempio, scontano un innalzamento minimo del livello del mare di 25 centimetri. E lontano dalle coste? Qui, il problema sono i terremoti. Sono poche, come mostra la storia recente e meno recente, le zone italiane esenti dal rischio sismico. Secondo la carta dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, davvero al riparo dai tremori della terra ci sono solo, oltre alla Sardegna, l'area di confine fra Piemonte e Lombardia e l'estremo lembo della Puglia. Naturalmente, una centrale può essere costruita con le più avanzate tecniche antisismiche. Qui, però, il problema non è tanto - o soltanto - l'eventualità di uno scuotimento catastrofico, che spacchi il reattore e riversi all'esterno la radioattività. Il problema sono fenomeni che compromettano il funzionamento del reattore. In Giappone, la più grande centrale atomica al mondo (Kashiwazi-Kariwa, non lontana da Tokyo) è ferma da due anni, in seguito ad un terremoto. L'impianto era stato costruito per reggere terremoti fino al grado 6 della scala Richter, ma si è rivelato un parametro ottimistico. Il terremoto del 2007 è stato pari a 6,8 gradi, una differenza enorme: dato che la scala è logaritmica, un grado in più significa un terremoto trenta volte più distruttivo. Non ci sono stati pericoli alla salute pubblica o fughe di radioattività, ma la Tepco (Tokyo Electric Power) ha dovuto, dal luglio del 2007, fermare i reattori, con un danno economico di quasi 6 miliardi di dollari, solo nel primo anno. Solo in questi giorni la Tepco si prepara a riavviare uno degli otto reattori della centrale. Se sovrapponete la mappa dell'Enea sull'allagamento delle coste a quella dell'Istituto di geofisica, le aree a totale sicurezza (a prescindere dagli altri possibili parametri) che ne risultano sono quelle poche zone della Sardegna, della Puglia e del corso del Po. Qui, presumibilmente, si dovrebbero concentrare le centrali del piano nucleare italiano. Ma quante? Il governo ha finora parlato di quattro centrali. L'obiettivo dichiarato, tuttavia, è arrivare a soddisfare, con il nucleare, il 25 per cento del fabbisogno elettrico italiano. Le quattro centrali di cui si è, finora, parlato, arrivano, però, a poco più di un terzo. Secondo le previsioni della Terna, che gestisce la rete italiana, infatti, il fabbisogno elettrico italiano richiederà, già nel 2018, una potenza installata di 69 mila Megawatt. Le quattro centrali prospettate - che, peraltro, anche nell'ipotesi migliore, sarebbero completate 7-8 anni più tardi del 2018 - ne offrono solo 6.400, cioè il 9,2 per cento. Per arrivare al 25 per cento del fabbisogno, occorrono 17.500 Megawatt di potenza, quasi il triplo. In buona sostanza, per centrare quell'obiettivo non bastano quattro centrali da 1.600 Mw, come quelle ipotizzate finora. Ce ne vogliono 11. Tutte in Sardegna, Puglia e Piemonte? E a quale costo? L'industria francese calcola, oggi, per la costruzione in Francia di una centrale tipo quelle italiane, un costo minimo di 4,5 miliardi di euro. I tedeschi di E. On scontano, per la costruzione di una centrale analoga, in Inghilterra, un costo di 6 miliardi di euro. Se si ritiene più attendibile, nel caso italiano, la valutazione di E. On per la centrale inglese, il costo complessivo dei quattro impianti italiani sfiora i 25 miliardi di euro. Per 11 impianti, da varare in rapida successione, si arriva vicini a 70 miliardi di euro, una cifra superiore al 4 per cento del prodotto interno lordo nazionale.

Per la mobilità sostenibile non è solo un problema di auto pulite

Alla fine del 2007 Valerio Berruti su Repubblica scriveva «Di certo c’è che ormai a guidare un Suv non ci si sente più ‘peccatori’. Già, perché appena un anno fa più di qualche amministrazione aveva pensato di seppellirli con tasse e divieti. La scelta non doveva essere delle migliori. Primo perché non ha avuto alcun seguito. Secondo perché in appena 12 mesi sono arrivati una montagna di modelli nuovi (…)». Oggi, 18 mesi più tardi o giù di lì, sono ancora i Suv i protagonisti della pagina del quotidiano romano e Berruti stavolta chiosa sugli sport utility vagon ibridi, sotto un titolo significativo: Il ritorno dei Suv. Per dire la verità i Suv non erano certo scomparsi, al massimo parcheggiati in garage negli Stati Uniti che invece potrebbero davvero cominciare a sostituirli se arriverà la rivoluzione dell’auto verso cui sta puntando l’amministrazione Obama. Berruti in sostanza dice che l’auto verde è ancora lontana da venire come dimostrano i dati: su 55 milioni di auto vendute nel mondo meno di un milione sono ibride… Numeri impietosi di fronte ai quali però stavolta Berruti cambia registro: «La verità è che allo stato dell’arte l’auto pulita, quella a emissioni zero, è ferma allo stato di progetto. Un grandissimo progetto ma purtroppo tutto ancora da realizzare. Ci vorrà del tempo e soprattutto un grande sforzo politico. Ci vorranno leggi sempre più ferree per il contenimento dei consumi e delle emissioni altrimenti sarà difficile fare grandi passi in avanti». «Se al crollo delle Big Three Usa – prosegue - non si fosse unito lo sforzo di Obama per imporre finalmente scelte ecologiche e auto più piccole e pulite, lo scenario americano sarebbe stato molto diverso». «Per ricominciare ci vogliono scelte coraggiose – conclude - Ci vogliono modelli e non parole». Dunque l’idea di un’auto ecologica come ‘grandissimo progetto’ intanto è passata, ma quello che non passa è l’idea di una mobilità più sostenibile di cui l’auto verde è solo un aspetto. Un po’ come chi confonde la raccolta differenziata con la corretta gestione integrata dei rifiuti, così l’auto ecologica non è tout court la mobilità sostenibile. Restando nel tema Suv, il problema non è solo i consumi, è che se tutti (paesi emergenti compresi) avessimo i Suv ci sarebbe un problema volumetrico: o loro per le strade o noi. Non è solo un problema di emissioni, ma di spazi. La mobilità sostenibile è quella dove l’auto si usa lo stretto necessario e per spostarsi, quella privata, è l’ultima delle opzioni dopo il mezzo pubblico, il car sharing e la bici. Un mondo senza auto è utopistico e sappiamo bene come in certe zone non avere l’auto significhi restare tagliati fuori da tutto e dunque ben vangano auto a basse emissioni (quelle a zero al momento non esistono e non esisteranno per anni); ma non può valere il discorso al contrario, dove l’orizzonte è auto ibride per tutti, per averne in strada sempre di più e sempre più grandi, perché questo non è utopia, ma follia.

Il nucleare torna in Italia

Il Senato dà via libera al Governo per l'adozione di più decreti finalizzati al ripristino dell'intera filiera di produzione dell'energia atomica. Nonostante gli italiani avessero già espresso la loro volontà rispetto alla realizzazione di centrali nucleari nel loro Paese, con un referendum del 1987, ancora una volta il Governo potrà imporre la proprio potere e i propri interessi senza alcun rispetto degli interessi dei suoi cittadini. Secondo la mappa, elaborata negli anni '70 dal Cnen, poi diventato Enea, tra i possibili siti nei quali installare le centrali figurano: la Sardegna, dalle parti di S. Margherita di Pula, S. Lucia e Capo Comino, Lanusei, la Puglia, sulla costa di Ostuni, lungo il Po, dal vercellese fino al mantovano, dove già esistevano le centrali di Trino e di Corso. Per la Sardegna sarebbe l'ennesimo "regalo" da parte del Governo Berlusconi. Le associazioni Gruppo d'Intervento Giuridico e Amici della Terra si battono da tempo contro il ritorno del nucleare in Italia e a favore delle fonti di energia alternative, per questo da tempo abbiamo proposto una petizione (trovate il banner alla vostra sinistra) che faccia sentire le ragioni degli italiani, di tutti gli italiani che vogliono vivere in un ambiente salubre, vogliono continuare a coltivare i loro campi, vogliono poter fare il bagno in un mare pulito e vogliono ancora contare qualcosa in uno Stato democratico. Via libera del Senato al ritorno del nucleare in Italia. Ieri l'assemblea di Palazzo Madama ha approvato (con 142 sì e 105 no: sì del Pdl e dell'Udc, no del Pd e dell'Idv) gli articoli 14-15 e 16 del disegno di legge "Sviluppo ed energia" che danno al governo la delega per adottare entro sei mesi (nel precedente testo si parlava del 30 giugno 2009), e dopo una delibera del Cipe, più decreti per il ripristino dell'intera filiera di produzione dell'energia atomica: tipologia e disciplina per la localizzazione degli impianti, stoccaggio del combustibile, deposito dei rifiuti radioattivi. Sono previste procedure velocizzate per la costruzione delle centrali da parte di consorzi: la cosiddetta "autorizzazione unica" che sostituisce ogni tipo di licenza e nulla osta tranne la Via (valutazione impatto ambientale) e la Vas (valutazione d'impatto strategica). Sono previste inoltre "misure compensative in favore delle popolazioni interessate". Dopo più di vent'anni si riapre dunque la strada all'energia nucleare: a bloccarla fu un referendum che si tenne l'8 novembre del 1987, l'anno dopo della tragedia di Chernobyl. I tempi del ritorno, per ora sono tutti da verificare: da segnalare tuttavia che nel febbraio scorso Berlusconi e Sarkozy hanno già siglato un'intesa per la produzione di energia nucleare che coinvolge Edf e Enel. "Una scelta sbagliata e antieconomica", ha dichiarato la capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro. "L'atomo di Berlusconi e Scajola era già vecchio, ora è decrepito", ha attaccato Roberto Della Seta del Pd il quale ha denunciato un aspetto in ombra della nuova normativa: non è chiaro infatti chi debba individuare i siti delle nuove centrali e c'è il rischio che questo compito spetterà alle grandi imprese dell'energia, e ciò potrà avvenire anche contro il parere delle Regioni in presenza del principio del potere sostitutivo del governo in mancanza di intesa con gli enti locali. Inoltre, sempre Della Seta, osserva polemicamente che i siti saranno oggetto di "segreto militare". Furenti i Verdi: per Grazia Francescato il "governo persevera in una follia antieconomica", mentre per Belisario (Idv) si tratta di una delega al governo "senza controlli". Nel corso della votazione, assai contrastata e segnata ieri mattina dalla mancanza per quattro volte del numero legale per assenze nelle file della maggioranza, sono stati comunque inseriti alcuni emendamenti "migliorativi" da parte del Pd, accolti dal governo: uno di questi prevede che i benefici compensativi ai cittadini che vivono in prossimità delle nuove centrali saranno a carico delle imprese non saranno scaricati sugli utenti finali.

Con l'utiizzo di Consip per gli acquisti online cresce il risparmio delle PA

E' stato pubblicato il Rapporto Annuale 2008 di Consip. Dai dati emerge che il programma di razionalizzazione ha dato i suoi frutti, aumentando il valore degli acquisti online. È stato presentato martedì il Rapporto Annuale 2008 di Consip. Notizie positive provengono dall'e-procurement, il Programma di razionalizzazione degli acquisti effettuati dalle P.A.: si è registrato infatti un forte aumento del valore degli acquisti sia sulle convenzioni (quasi 2,5 miliardi di euro, con una crescita del 75% rispetto al 2007) sia sul Mercato elettronico della Pubblica Amministrazione (172 milioni di euro, + 106% rispetto all'anno precedente). Grazie alla piattaforma elettronica che gestisce le convezioni e il Mercato elettronico, sono stati gestiti circa 90 mila ordini online, rimarcando la crescente attenzione delle PA per gli acquisti sul web. 'Così, il risparmio diretto per le PA ovvero quello che si ottiene con l'utilizzo degli strumenti d'acquisto messi a disposizione da Consip, è cresciuto del 53% (da 465 a 712 milioni di euro) così come sono aumentate le aziende abilitate a fornire prodotti sul Mercato elettronico (il 98% sono piccole e medie imprese). In termini concreti, un euro investito sul Programma di razionalizzazione degli acquisti ne ha prodotti 27 di risparmio per le pubbliche amministrazioni che utilizzano le convenzioni e il Mercato elettronico. Un dato significativo anche in relazione allo scorso anno, in cui tale rapporto era di 1 a 18. Inoltre, dal Rapporto si evince anche un risparmio di 20 milioni di euro sui costi energetici. L'introduzione di criteri ambientali nelle iniziative di acquisto delle PA per pc, sistemi di stampa e copia, energia e illuminazione pubblica hanno contribuito ad un risparmio elevato, limitato peraltro ai costi energetici legati al funzionamento nell'intero ciclo di vita di questi prodotti, pari a cinque anni. Da segnalare, infine, l'ulteriore crescita della customer satisfaction sul sistema delle convenzioni (la soddisfazione complessiva è stata del 71,78%, rispetto al 70,14% del 2007) e la conferma del dato 2007 per gli utenti del Mercato elettronico (71,36%).